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«Ora il ministro deve parlare con noi» / INTERVISTA

Roma - Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia ma chi è che ha fatto marcia indietro?«Lo scorso 20 dicembre avevo preannunciato la rinuncia alla richiesta cautelare al Tar. E il ministro Calenda aveva buttato il tavolo all’aria, dicendo che la condizione per proseguire il negoziato era il ritiro totale del ricorso»

Roma - Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia ma chi è che ha fatto marcia indietro?

«Lo scorso 20 dicembre avevo preannunciato la rinuncia alla richiesta cautelare al Tar. E il ministro Calenda aveva buttato il tavolo all’aria, dicendo che la condizione per proseguire il negoziato era il ritiro totale del ricorso. Ora ha cambiato idea: ne siamo felici. È una buona notizia che sia tornato sui suoi passi».

Ci spieghi meglio la differenza tra il ricorso al Tar e la richiesta cautelare.

«Noi avevamo presentato al magistrato una richiesta cautelare, una sorta di procedura d’urgenza, chiedendo garanzie sul piano industriale e sul percorso del dialogo istituzionale. Nell’incontro del 20 queste garanzie sono state acquisite, la richiesta cautelare non serviva più, e abbiamo dato mandato di ritirarla. Il ricorso al Tar però continua a pendere, perché mira a inserire nel Dpcm tutte le osservazioni che la Regione Puglia ha presentato al ministro Calenda. Osservazioni finalizzate alla tutela dell’ambiente, della salute delle persone, ma soprattutto alla tutela economica della fabbrica. Perché se l’Ilva riparte con la ottocentesca tecnologia del carbone, parte col piede sbagliato».

Lei vuole che usi il gas...

«Primo, perché l’Italia si è impegnata con l’accordo di Parigi a decarbonizzare l’economia. Ma poi, quale imprenditore investirebbe per rinnovare 2 altiforni su 5 con vecchie tecnologie a carbone, e non con quelle più moderne, basate sul gas? Peraltro, tecnologie ideate dalla azienda italiana Danieli, che le vende in tutto il mondo».

Ma AmInvestCo, la cordata che vuole acquistare Ilva, punta sul carbone.

«Mittal ha detto di essere disponibile a valutare le tecnologie che la Puglia suggerisce. Non so per quale motivo il governo non vuole che si apra questo confronto, quando secondo me Mittal avrebbe solo da guadagnare adottando il gas, e vedrebbe accolto il suo investimento con meno ostilità dai tarantini. Oggi come oggi, purtroppo, a Taranto Mittal viene paragonato a Riva, perché si pensa che voglia usare le stesse tecnologie datate di Riva. Tecnologie che secondo i giudici hanno prodotto disastro ambientale e pericolo per la salute della popolazione. Sarebbe assurdo non permettere a Mittal di investire in un sistema molto meno inquinante, e più gradito ai tarantini. Sarebbe assurdo non rendere l’Ilva coerente con gli accordi di Parigi e la Strategia energetica nazionale, che prospetta la decarbonizzazione».

Eppure con il vostro ricorso siete stati accusati di voler mettere a rischio il futuro dell’Ilva.

«La mia interpretazione è che il ministro Calenda era in un cul de sac. Aveva capito che noi non avremmo fatto marcia indietro, e che il Tar ci avrebbe dato ragione. E ci darà ragione, se non si modifica il piano industriale e ambientale. Dunque, finge di aver conquistato una grande vittoria. Guardi, a noi va bene così: non ci interessa vincere sui giornali, ma tutelare ambiente, salute e lavoro. Calenda dica quello che vuole, basta che da domani si sieda al tavolo e cominci a lavorare con noi».

Un tavolo su cui penderà comunque la spada di Damocle del vostro ricorso?

«Se lo revocassi, non avrei più nessuna possibilità di ottenere le modifiche ambientali che chiediamo. Ritirarlo sarebbe formalizzare al giudice la nostra resa, e il successore di Calenda potrebbe dire a buon diritto che quel Dpcm ci va bene così com’è. Ma noi vogliamo cambiare il piano industriale e quello ambientale, salvaguardando il lavoro delle persone, ma soprattutto la salute dei cittadini. Nell’interesse dei cittadini e dei lavoratori, che sono i nostri elettori e a cui rispondiamo, ma anche di Mittal. L’unico che si sta comportando in maniera incomprensibile è il ministro dello Sviluppo economico, Tant’è vero che è dovuto intervenire il presidente del Consiglio Gentiloni».

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