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Ilva, c’è il parere ambientale: la cessione a metà marzo

Genova - Si alza il velo sui progetti industriali dei pretendenti. Il documento del ministro Galletti ai commissari atteso per oggi.

Genova - Il processo di cessione degli asset dell’Ilva si è rimesso in moto e questa volta il vento sembra essere favorevole. In queste ore è atteso il parere del ministero sui piani ambientali presentati dal tandem ArcelorMittal-Marcegaglia e dall’AcciaItalia di Cdp e Arvedi, cordata che coinvolge anche la Delfin di Leonardo Del Vecchio e il gruppo indiano Jindal. Il parere è frutto dell’analisi svolta nei mesi scorsi dagli esperti (Carlo Collivignarelli, Antonio Fardelli e Gigliola Spadoni) nominati dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti lo scorso luglio: in realtà è pronto da quasi due mesi, ma la crisi del governo Renzi lo aveva “congelato”. Oggi, «o al massimo martedì» precisano fonti del Secolo XIX, il ministro Galletti riporterà, probabilmente con decreto, il parere ai commissari dell’Ilva: Gnudi, Laghi e Carrubba potranno quindi entrare nel vivo dell’esame dell’offerta economica e dei piani industriali proposti dalle due cordate.

Al piano ambientale, cioè al risanamento del sito di Taranto, sono infatti indissolubilmente legati i piani industriali, cioè l’assetto produttivo e quindi occupazionale che i pretendenti hanno in mente per i tre stabilimenti del gruppo, a cominciare da Genova e Novi Ligure, dove sono concentrate le lavorazioni a freddo e le produzioni a maggiore valore aggiunto (zincatura, banda stagnata). Se il ciclo integrale di Taranto, dove sono presenti sia lavorazioni a caldo sia a freddo, rappresenta la forza industriale dell’Ilva ma anche il nodo più difficile da sciogliere (rendere la fabbrica compatibile con la salute dei tarantini), lo stabilimento di Genova Cornigliano presenta solo vantaggi, come Enrico Laghi ha sottolineato: «Su Cornigliano abbiamo riscontrato grandissimo interesse, anche per via della posizione strategica dello stabilimento, l’accesso al mare». Lo scorso novembre, intervistato da questo giornale, Laghi contava di individuare l’offerta vincitrice «entro gennaio», ma la crisi di governo ha rallentato il passo e a questo punto si parla di individuare l’offerta migliore entro metà marzo. Questo dovrebbe essere comunque compatibile con una definizione della cessione - che inizialmente prevede l’affitto e non la vendita delle attività - entro giugno.

A giocare a favore della procedura è anche il patteggiamento della famiglia Riva (l’udienza della Corte d’Assise di Taranto per il processo Ambiente Svenduto è fissata il 17 gennaio): il miliardo di euro sequestrato in Svizzera dovrebbe rientrare in Italia a febbraio e il recente commissariamento di Riva Fire, a sua volta pronta a patteggiare, è un problema in meno. Sui 1,1 miliardi sequestrati ai Riva e destinati all’ambientalizzazione di Taranto il via libera dell’Alta Corte del Jersey è atteso a febbraio. Altri 230 milioni saranno versati dalla famiglia per chiudere le pendenze del passato e serviranno alla gestione corrente dell’Ilva. Incassare queste risorse è considerato propedeutico al patteggiamento di Riva Fire. Con i suoi quasi 15 mila addetti di cui oltre 3.000 in solidarietà (da marzo in Cigs), Ilva chiude il 2016 con 2 miliardi di fatturato, quasi 6 milioni di tonnellate prodotte, un “rosso” di circa 300 milioni e ordini sino a metà 2017. Chi si aggiudicherà la gestione degli stabilimenti dovrà rilanciare il siderurgico in termini commerciali ma soprattutto stabilire dove fissare l’asticella della produzione a regime. Quasi 15 mila addetti erano giustificati da quasi 9 milioni di tonnellate prodotte negli anni d’oro. Nel momento in cui si alzerà il velo sui piani industriali il primo problema da gestire saranno gli esuberi.

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