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Accuse di falso e manipolazione per Bio-on. Bruciato un miliardo

Bologna - Da regina dell’Aim, il mercato di Borsa italiana dedicato alle piccole imprese, ai sequestri per 150 milioni della Guardia di finanza.

Bologna - Da regina dell’Aim, il mercato di Borsa italiana dedicato alle piccole imprese, ai sequestri per 150 milioni della Guardia di finanza. È uno tsunami quello che ha travolto la società di bioplastiche Bio-on, che ha visto azzerati i suoi vertici societari dall’inchiesta della Procura di Bologna che li accusa di false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. La vicenda rischia di trasformarsi in un nuovo caso di “risparmio tradito”, con oltre un miliardo di euro di capitalizzazione bruciata e i piccoli azionisti già pronti a costituirsi parte civile. La Borsa, stamattina, ha annunciato che i titoli della società bolognese «sono sospesi dalle negoziazioni». E pensare che il 9 luglio del 2018 il titolo Bio-on era arrivato a toccare i 70 euro, il suo massimo di sempre, attribuendo alla società una capitalizzazione monstre di 1,3 miliardi, tutta fondata sulle prospettive future.

A finire nei guai sono Marco Astorri, fondatore e presidente del cda, agli arresti domiciliari su disposizione del Gip Alberto Ziroldi, Guido Cicognani, socio e vice presidente, e Gianfranco Capodaglio, presidente del Collegio sindacale, questi ultimi due raggiunti da misure cautelari interdittive del divieto di esercitare ruoli direttivi di persone giuridiche. In tutto sono nove gli indagati. È datato 24 luglio l’inizio della “fine” di Bio-on. Quel giorno il fondo americano Quintessential ha pubblicato un dossier con cui accusava l’azienda di essere «una nuova Parmalat a Bologna», un «castello di carte» destinato «al collasso totale». A questo punto la Procura ha cominciato a muoversi e le indagini delle fiamme gialle hanno evidenziato numerose irregolarità per quanto riguarda la formazione dei bilanci e l’informazione societaria riportata al mercato, con particolare riferimento ai ricavi e al livello di produzione dichiarati dalla società bolognese. La capacità produttiva di bio-polimeri dell’impianto di Castel San Pietro, infatti, veniva rappresentata come di mille tonnellate l’anno, quando in realtà dall’inizio del 2019 ad oggi si attestava sulle 19 tonnellate. Nel dettaglio è stato rilevato come gran parte dei ricavi iscritti nei bilanci della società dal 2015 al 2018 fossero falsi, con riguardo alle tempistiche e modalità di realizzazione, mentre parte dei ricavi generati da cessioni di licenze nei confronti di due joint venture contabilizzate nel 2018, sarebbe frutto di operazioni fittizie.

Per il Gip «le false informazioni di bilancio sono risultate strettamente funzionali ad accrescere la capitalizzazione» e, di conseguenza, rendere più appetibili sul mercato le azioni della società. Una strategia comunicativa utilizzata dal presidente Astorri, che viene definita «roboante, ammiccante, ed ottimisticamente proiettata verso obiettivi sempre più significativi», ma che in realtà creava aspettative ingannevoli. Lo stesso fondatore, intercettato al telefono, dice: «Mi prendo il mio pezzo di responsabilità, ma non è solo colpa nostra. È colpa del sistema che ci ha indotto a fare queste comunicazioni». Il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato, ha spiegato che l’intervento degli investigatori ha evitato «che potesse esplodere con effetti ancora più devastanti una bolla economica che certamente avrebbe arrecato ancora maggiori danni». Per quanto riguarda i lavoratori dello stabilimento di Castel San Pietro, invece, Amato assicura che, per quanto le compete, la Procura sta facendo il possibile per salvaguardarli. Nel frattempo il sindacato per la tutela dell’investimento e del risparmio di Milano (Siti), ha chiamato a raccolta tutti gli azionisti invitandoli a costituirsi parte civile nel futuro procedimento penale.

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