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La grande beffa (che si può ancora evitare) dell’Industria 4.0 / IL CASO

Genova - Il governo, con la legge di Bilancio ora in discussione in Parlamento, taglia in alcuni casi ed elimina in altri gli incentivi che il suo predecessore aveva varato per favorire la modernizzazione delle aziende italiane.

Genova - Non passava settimana, un anno fa, senza un convegno su Industria 4.0. Tutti abbiamo familiarizzato con questo slogan che indica la capacità della fabbrica di rispondere su misura e in fretta, grazie alle tecnologie digitali, al variare delle domande dei clienti. Poi all’improvviso il silenzio. Solo da pochi giorni il tema è tornato d’attualità, ma in negativo.

Il governo, con la legge di Bilancio ora in discussione in Parlamento, taglia in alcuni casi ed elimina in altri gli incentivi che il suo predecessore aveva varato per favorire la modernizzazione delle aziende italiane nel segno di Industria 4.0. Genova e la Liguria ci avevano creduto molto: il capoluogo ligure è stato scelto come sede di uno dei 9 “competence center” italiani, centri di ricerca pubblico-privati formati da università, istituzioni e aziende; il suo si occuperà di sicurezza, informatica e non.

Il piano di incentivi 4.0 voluto dal centrosinistra prevedeva una cabina di regia nazionale dei 9 “competence center”, mai convocata dal nuovo governo. «L’assenza della cabina di regia è un problema relativo perché il nostro centro è solido e può farcela anche da solo», garantisce Flavio Tonelli, professore di impianti industriali alla Scuola politecnica dell’ateneo genovese e tra i fautori del “competence center” genovese. Ora il centro genovese, formato tra gli altri da Università, Cnr, IIt, Rina e Ansaldo Energia, attende fino a un massimo di 7,5 milioni di finanziamento dal governo per poter partire. «Siamo in fase di negoziazione con il ministero allo Sviluppo economico. Credo che i fondi arriveranno, semmai un po’ in ritardo, e che in primavera saremo pronti al via».

A temere una primavera fredda sono invece le molte imprese che l’anno scorso hanno beneficiato degli incentivi 4.0. «Grazie a quegli aiuti, le vendite dei nostri impianti per la saldatura sono aumentate del 40%», dice Alessandro Santamaria, amministratore delegato di un’azienda, Roboteco, che progetta e assembla robot-saldatori per l’industria dell’auto. Gli incentivi di Industria 4.0 sono stati l’occasione per cominciare a svecchiare il parco macchine dell’industria manifatturiera italiana, che secondo l’ultimo studio di Ucimu, l’associazione dei produttori di macchine industriali, nel decennio 2005-2015 aveva un’età media di 13 anni, altissima e, cosa mai vista prima, superiore al decennio precedente.

Fino al 31 dicembre sarà possibile supervalutare gli investimenti in nuovi macchinari, del 130% o addirittura del 250% se sono tecnologie digitali: ancora per tre mesi gli imprenditori avranno grossi sconti fiscali sulle macchine acquistate. Ma nella nuova legge di Bilancio il superammortamento non c’è, l’iperammortamento c’è ma ha un sistema a scaglioni che lo riduce all’aumentare dell’investimento. «Al posto del super-ammortamento subentra una mini-Ires al 15% sugli utili reinvestiti, che però è molto più difficile da applicare, impossibile senza l’aiuto di un commercialista, ed è infinitamente meno efficace della misura precedente», sostiene il direttore generale di Ucimu, Alfredo Mariotti.

Fatta l’Industria 4.0 bisognava fare gli industriali, i tecnici e gli operai delle fabbriche. Il piano dell’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda aveva portato al 40% il credito d’imposta per la formazione nelle aziende. Dal prossimo anno, destinare a quello scopo il credito d’imposta non sarà più possibile.

«Molte aziende manifatturiere hanno introdotto tecnologie nuove e ora devono insegnare ai loro operai come usarle. Anche noi contavamo su quell’aiuto per formare i nostri neo-assunti. Lo faremo lo stesso, con maggiori spese», spiega Giorgio Cuttica, fondatore di Sedapta, gruppo da 370 persone e 70 milioni di fatturato che produce software per la gestione della produzione nelle fabbriche. «L’incertezza internazionale e nazionale sta già frenando gli investimenti. L’Italia avrebbe avuto bisogno di almeno altri due anni di incentivi. I benefici si vedevano già: ci sono imprese che hanno riportato la produzione in Italia dall’estero, e aziende software che ne hanno approfittato per mettersi al passo con la concorrenza straniera. Non vorrei che tornasse di moda la delocalizzazione all’estero».

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