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Centrali a carbone, il bivio tedesco / ANALISI

Milano - L’esito delle consultazioni per formare il governo in Germania potrebbe essere di fondamentale importanza per il futuro della politica energetica della prima economia europea.

Milano - L’esito delle consultazioni per formare il governo in Germania potrebbe essere di fondamentale importanza per il futuro della politica energetica della prima economia europea e, di conseguenza, per tutto il Vecchio Continente. Il partito dei Verdi, forte del 9% raccolto nelle urne, è infatti uno dei più accreditati candidati a fare da spalla alla Cdu di Angela Merkel nella cosiddetta coalizione Giamaica, di cui farebbero parte anche i Liberali (10,7%).

Non è quindi un caso che a Berlino si stia nuovamente infiammando il dibattito sulla necessità di chiudere le centrali a carbone, che sono il vero tallone d’Achille della Germania in materia di emissioni nocive. All’avanguardia nelle rinnovabili che oggi soddisfano il 20% del fabbisogno energetico del Paese, Berlino rischia infatti di non centrare i target fissati da Bruxelles per la riduzione delle emissioni (entro il 2020 dovrebbero scendere del 40% rispetto ai livelli fatti registrare nel 1990). Le ragioni che stanno dietro il probabile fallimento della Germania sono paradossalmente “ecologiche”: all’indomani del disastro di Fukushima (2011) la Merkel decise di dismettere le centrali nucleari - l’ultima verrà chiusa nel 2022 - avviando un ingente piano di investimenti nelle rinnovabili. L’abbandono dell’atomo ha però fatto venir meno una fonte energetica a basso prezzo, costringendo la Germania a far affidamento sulle vecchie e inquinanti (ma a basso costo) centrali a carbone. Si tratta di una scelta obbligata per non intaccare la competitività della potente industria manifatturiera tedesca e per non far lievitare le bollette dei consumatori.
Ad oggi l’esecutivo non ha ancora presentato un piano per rinunciare anche a questo combustibile fossile, suscitando le proteste degli ecologisti. L’unica iniziativa in programma è la costituzione, nel 2018, di una commissione che dovrà occuparsi del problema “carbone”, una soluzione che però non piace ai Verdi per via dei suoi tempi molto lunghi.

Un gruppo di ambientalisti, il Sachverstaendigrat fuer Umweltfragen (Sru), ha avviato di recente una campagna per chiedere al prossimo esecutivo di spegnere tutte le centrali a carbone entro il 2027. Secondo Claudia Kemfert, un membro dell’associazione Sru, la prossima legislatura potrebbe essere l’ultima chance per evitare che la temperatura globale aumenti di oltre 2 gradi centigradi, così come stabilito dagli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici: «La Germania deve iniziare a ridurre fin da subito l’uso del carbone e rinunciarvi completamente nel medio periodo».

L’iniziativa della Sru è solo una delle tante che si stanno succedendo in Germania, dove i temi ambientalisti sono molto sentiti: alcuni attivisti hanno per esempio occupato una foresta dove la multiutility Rwe stava preparandosi a sfruttare una miniera di carbone, mentre ad agosto ci sono state numerose manifestazioni nel Land Nord Reno-Vestfalia, il cuore dell’industria mineraria tedesca. Per Angela Merkel non c’è però in ballo solo l’energia a basso costo ma anche le decine di migliaia di persone che lavorano nella filiera del carbone. Senza contare che, rinunciando al carbone, la Germania si vedrebbe costretta ad acquistare energia dai Paesi vicini che, per inciso, usano l’atomo. Una situazione che l’Italia purtroppo conosce molto bene.

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